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Agli
inizi del 1867 vi erano delle forze politiche che premevano affinch
Roma diventasse la capitale d'Italia. A questi fervori si frapponeva
la politica del Governo che aveva concordato con quello francese il
mantenimento dello status quo nello Stato Pontificio.
Garibaldi
tuttavia non dorme: malgrado fosse stato arrestato ad Alessandria e
poi spedito a Caprera e sorvegliato a vista da diverse navi da
guerra, alle prime avvisaglie dei moti fugge dall'isola e arriva a
Firenze il 20 ottobre 1867.
In varie citt dell'Italia centrale vi
grande agitazione: trambusti e anche barricate come a Viterbo e
Spoleto fin dai primi di ottobre.
Firenze intanto accoglie
entusiasticamente Garibaldi: da parte governativa si osteggia questa
presenza imbarazzante che pu mettere in forse, come poi avvenne,
l'intesa franco-italiana.
Il Generale impaziente e gi il 22 su un
convoglio speciale si dirige verso Passo di Corese, alla frontiera
romana, dove arriva il giorno seguente.
Al richiamo del suo nome un
gran numero di volontari si appresta all'impresa tanto sospirata:
togliere il potere temporale al Papa e fare di Roma la capitale
d'Italia.
Il 24 Ottobre inizia l'attacco dei garibaldini a Monterotondo. I collegamenti sono imperfetti e una colonna di
volontari giunge sotto Monterotondo il 23 pomeriggio facendo fallire
il proposito di sorprendere la citt con un attacco notturno.
L'attacco vero e proprio viene quindi sferrato il 24 alle ore 10 di
mattina, ma i volontari trovano una difesa notevole e tutto il giorno
fu dunque occupato a cingere colle forze nostre la citt, per
usare le parole di Garibaldi.
Lo stesso giorno 24 a Terni un numeroso
gruppo di volontari si appresta a partire per il Lazio; tra questi il
nostro volontario che scrive: Stasera io sar al campo di
Garibaldi. Parto a momenti col conte Luigi Pianciani... noi vinceremo
e entreremo a Roma... scrivo in un caff, tra il frastuono di cento
persone.
Il momento veramente storico e ben se ne avvedono i
volontari che partono per quella che essi credono l'ultima battaglia
per l'unit d'Italia.
L'attacco finale a Monterotondo inizia il 25
alle ore 24 antimeridiane e prosegue per tutto il giorno. I volontari
sono spossati dalla stanchezza, senza viveri e male armati; tuttavia
il loro ardore supplisce alle deficienze e cos il giorno 26 alle ore
11 la guarnigione pontificia si arrende.
Il volontario da
Monterotondo il 27 Ottobre scrive: Mia cara,
sto benissimo. Siamo padroni di Monterotondo e abbiamo preso due
cannoni e armi e 250 prigionieri dopo due giorni di combattimento.
Terminata la battaglia narra Garibaldi nel suo diario: successe in Monterotondo ciocch succede in una citt presa d'assalto, e che poca
simpatia s'era meritata, per il mutismo e per l'indifferenza, quasi
avversione, manifestata verso di noi. E devo confessare che disordini
non ne mancarono. E tali disordini impedirono pure di poter
organizzare dovutamente la milizia nostra; quindi poco si pot fare
in quel senso, nei pochi giorni che vi soggiornammo. Colla speranza
di poter meglio organizzare la gente fuori, tenendola in moto,
toglierla ai disordini della citt, ed avvicinarci a Roma, uscimmo da Monterotondo il 28 Ottobre.
Questa affermazione di Garibaldi di una
situazione difficile a Monterotondo, attribuendone la causa ai
cittadini che si sono mostrati ostili o indolenti verso i volontari,
trova riscontro nella lettera del 27 Ottobre del nostro volontario.
Ecco quanto egli annota: ...lascio di scrivere perch sento che il
Generale s' affacciato alla finestra per parlare ai volontari.
Ripiglio la penna commosso. Il Generale ha fatto un magnifico
discorso, annunciando che far fucilare quei volontari che rubano e
che commettono altri delitti. Perci si costituito il Tribunale di
Guerra, del quale io sono segretario. Ha terminato annunziando che
alle 2 pomeridiane egli parte alla volta di Roma. Adesso l'una!
Abbiamo un'ora di tempo.
Qualche azione sporca da parte di alcuni
volontari e l'insofferenza dei cittadini inducono il Generale a
levare le tende e spostarsi in un posto avanzato verso Roma.
Il grosso
dei Volontari con Garibaldi raggiunge quindi Castel Giubileo e il
casino dei Pazzi, a due tiri di fucile dal Ponte Nomentano, dice
Garibaldi, il mattino del 30 Ottobre.
Un'altra colonna prende la via
di Tivoli che raggiunge il 29 alle ore 6 di sera, e della quale fa
parte il nostro volontario.
Da Tivoli egli scrive il 31 accennando a
episodici scontri con gli zuavi e ricordando la fame arretrata
sofferta durante l'assalto di Monterotondo.
Questa
colonna non parteciper poi alla battaglia di Mentana del 3 Novembre
nella quale si trover impegnato il grosso delle truppe volontarie.
Infatti Garibaldi considerando la posizione, a pochi passi da Roma,
troppo esposta per l'arrivo dei francesi gi sbarcati a Civitavecchia,
ripiega di nuovo su Monterotondo che viene raggiunta il 31 Ottobre.
Garibaldi asserisce di avere ai suoi ordini circa 6.000 uomini e
ritiene che il popolo romano, oppresso e massacrato nei suoi
tentativi insurrezionali, gridi vendetta e si prepari, capitanato da
Cucchi ed altri prodi, a cooperare coi liberatori di fuori e farla
finita con preti e mercenari.
Nelle sue memorie Garibaldi fa
un'analisi della sconfitta di Mentana attribuendola a vari fattori
che egli cos elenca:
- indegno comportamento dei governanti italiani
che ingannano gli italiani invadendo il territorio romano con lo
scopo di ostacolare le azioni dei volontari e negando ad essi gli
aiuti di cui essi abbisognano;
- la propaganda dissolvente dei
mazziniani che fomenta lo scompiglio e alimenta la diserzione al grido
di andiamo a casa a proclamare la repubblica, e far le barricate.
Questo atteggiamento fu gravissimo, secondo Garibaldi, perch
favori la diserzione di circa 3.000 uomini e fu il vero motivo della
non tenuta dei volontari di fronte all'attacco congiunto di zuavi e
francesi.
Un ben pi modesto contributo l'eroe lo attribuisce ai
famigerati fucili chassepots che nella recente storiografia sembrano
aver preso il primo posto quale motivo della disfatta.
Nella
ricostruzione della battaglia fatta da Garibaldi questo viene
considerato un elemento secondario, mentre la non tenuta dei volontari
viene considerata la causa prima della disfatta.
Dopo Mentana, la
stessa notte del giorno 3, i volontari che ancora sono nei pressi di Monterotondo riattraversano il Passo di Corese rientrando in
territorio italiano.
La colonna di Tivoli sapr l'infausta notizia
l'indomani e il giorno 5 alle due dopo mezzanotte muove per
raggiungere il confine italiano con un percorso attraverso i monti
dato che la strada per Monterotondo interrotta.
La colonna
raggiunge Orvinio dopo tre giorni di marcia faticosissima, l'8
Novembre nel pomeriggio, dove il corpo si scioglie.
Qui finisce la
campagna del 1867 nel Lazio. Garibaldi viene arrestato a Firenze e
rinchiuso nel forte di Varignano; i volontari ritornano alle loro
case.
E veniamo ora alle notizie storico-postali.
L'entrata dei
volontari in territorio pontificio comporta dei problemi per la
spedizione della corrispondenza.
Il Gallenga nel suo volume Bolli
del Lazio, a pag. 33, parla di una relazione del Direttore delle Poste
di Acquapendente in cui si lamenta che i soldati italiani imbucavano
le lettere affrancate con i bollini di V. Emanuele o altrimenti
volevano pagare i francobolli pontifici con la carta della Banca
Nazionale. Termina lo studioso, affermando che di queste lettere
spedite da Acquapendente nel 1867 con francobolli italiani non ne
siano state ritrovate.
In effetti pare dal carteggio preso a base di
studio per questo articolo che i volontari abbiano considerato, dal
punto di vista postale, le localit conquistate come territori
italiani; per questo motivo non volevano affrancare le lettere con
francobolli pontifici. In molte lettere ricorre l'annotazione qui
non si trovano francobolli italiani e la spedizione in porto
assegnato.
Una sola lettera del carteggio reca francobolli italiani
ed la prima scritta entrando in territorio pontificio, il 27
Ottobre, da Monterotondo. La lettera tuttavia venne annullata a Poggio
Mirteto lo stesso giorno segno che l'ufficio postale pontificio si
rifiutava di annullare i francobolli italiani.
Al seguito dei
volontari nella loro breve campagna, che bene ricordarlo dur solo
undici giorni, non vi era nessun supporto logistico, nessuno aveva
francobolli n questi potevano essere reperiti; nessun ufficio aveva
timbri di franchigia o corrispondeva con la parte italiana dato che i
volontari erano osteggiati dal Governo italiano che aveva dato
disposizioni di isolarli completamente.
Le lettere provenienti dallo
Stato Pontificio erano normalmente tassate a destino secondo le norme
stabilite dal R.D. N. 3884 del 18 agosto 1867: 20 c. la tassa per le
lettere affrancate, 30 c. quella per le non affrancate.
Dall'esame
del carteggio deriva un'altra considerazione.
Il giovane garibaldino
fa un accorato appello alla probabile fidanzata perch gli scriva, per
maggiore sicurezza, al suo indirizzo di Segretario del Consiglio di
guerra del Corpo dei Volontari Italiani, Passo di Corese per
Monterotondo. Quindi di scrivergli a nome del conte Pianciani, e
infine il giorno 12 Novembre da Spoleto comunica di aver trovato a
Terni la lettera che mi spedisti a Corese.... Questi ragguagli
fanno supporre che la posta verso il Pontificio non sia mai stata
attivata per i volontari e che le lettere venissero fermate al
confine.
Una campagna sfortunata, durata pochi giorni e con pochi e
non appariscenti documenti postali, questa del 1867, molto pi
misconosciuta in campo filatelico di quella intrapresa dai
Cacciatori del Tevere nel 1860.
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