Art. n.156 - Lettere dalla schiavit
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Non che poi ci voleva molto per diventare schiavi e passare il resto della vita in Nord Africa o a Costantinopoli a lavorare gratis, quando andava bene, oppure a stare piegati su un remo a vogare con la coda dell'occhio che guarda il negriero di turno che alla minima esitazione della vogata, menava scudisciate da levare la pelle, proprio in senso letterale.

 

Il modo pi "normale" per diventare schiavi avveniva con l'assalto, o l'arrembaggio, di una nave. In questo caso le prede erano trasbordate sulla nave corsara e avviata nei porti della Barberia.

 

Non sempre chi era a bordo di una barca predata riusciva a fuggire. Una testimonianza viene da una lettera di Sciacca del 19.8.1798: Quest'oggi arrivato in questa P.ne (Padrone) Giovanni De Malva della Pantellaria, il quale trovandosi vicino alla torre di codesta colla sua feluga col carico di mobili, ed utensili di casa, fu la notte scorsa delli 14 agosto ad ore cinque, dietro ora una circa di fuoco, depredata da un legno barbaresco con aversi soltanto salvato d padrone, e tre marinari, e due passeggeri, ed altri otto marinari, ed un passeggiere restarono nella suddetta feluga depredata." - Fig. 1.

 

 

Un'altra testimonianza, del modo di operare dei corsari, ci perviene da una comunicazione del 24.1.2026 da Sciacca: "Questa mattina all'ore undeci circa trovandosi alcune barche perschereccie a pescare da parte di ponente furono inseguite da una altra barca detta di ragno, dalla quale li nostri marinari non aveano preso alcun sospetto, ma che si era effettivamente distaccata da uno sciabecco turco, quale barca raggiunta una delle nostre, la fece preda con n. 3 uomini in essa." - Fig. 2.

 

 

La missiva viene inviata agli "Spettabili Giurati di Sicoliana" con la raccomandazione di diffonderne la notizia a tutti i marinai e di pagare la mercede al corriere (facendo soddisfare la Correria al presente Pedone").

 

Un altro modo con cui si diventava preda, avveniva a terra, magari coltivando la terra. Una improvvisa scorreria a terra dei corsari e il gioco era fatto, come ci evidenziano le lettere che i responsabili (Giurati) dei comuni rivieraschi mandavano in giro per avvisare del pericolo.

 

E di seguito la descrizione di una cattura a terra il 13 ottobre 1802 nel territorio di Scicli: La notte de' 11 albascendo li 12 ottobre li barbari fecero disbarco nelle terre di Forgione, e nell'altro di... territorio di Modica, predando tredeci persone tutte villiche, lo partecipiamo alle VV. SS. per dar li opportuni ripari nel di loro littorale.- Fig. 3.

 

 

Arrivati a destino, dopo le necessarie formalit di acquisto da parte di un padrone, o della acquisizione di un alto personaggio per diritto di scorreria, iniziava la vita di schiavo.

 

E con la vita la speranza del riscatto, del ritorno, della famiglia.

 

Lettere spedite da schiavi dei barbareschi sono di difficile reperimento. L'analfabetismo, la mancanza di collegamenti postali regolari e la difficolt di inoltrare la posta. Inoltre difficolt intrinseche alla loro condizione di schiavi, ne limitarono fortemente la diffusione.

 

In generale queste lettere sono una invocazione di aiuto per la liberazione dalla schiavit.

 

Danno dei consigli ai familiari di rivolgersi alle "elemosine", a qualche persona che commercia con la Barberia e, infine, di trovare qualche schiavo moro in Sicilia da scambiare con lui.

 

Non era un'impresa facile trovare uno schiavo turco da scambiare con il proprio familiare. Lo scambio doveva avvenire alla pari e trovare "la merce" adatta allo scambio pare fuor di logica. D'altra parte l'acquisto degli schiavi in Sicilia era diretto alla propria elevazione sociale e non per lucro. Se a ci si aggiunge che vi erano molte persone che speculavano su questo traffico e rendevano altamente aleatorio lo scambio, si ha un'idea delle difficolt dello scambio schiavo contro schiavo.

 

In questa viene presentata una lettera scritta da uno schiavo in Algeri l'1 settembre 1808 e diretta a Siracusa. La lettera fu trasportata con fortunosi mezzi da Algeri a Palermo. Arrivata venne immessa in posta con l'annotazione sulla soprascritta "lettera di un povero schiavo in Argeri sia data p. carit". La carit richiesta era forse la richiesta di inoltro a destino (da Algeri a Siracusa), ma a Palermo venne accolta alla lettera, adattando al momento la normativa di mandare franche le lettere dei mendicanti. Assimilando gli schiavi ai mendicanti, gli onesti impiegati postali dopo aver depennato il segno di tassa di 5 grana, inoltrarono la lettera senza far pagare la tassa, segnando graficamente la parola "Franca". - Fig. 4.

 

 

Data l'importanza si trascrive il testo: Argeri 1 settembri 1808/Mia amatissima sposa/replico di darvi notizia del mio misero stato che non tralascio di descrivervi di continuo per la mia desiderata libert di non abbandonare la vostra diligenza (maggiori) impigni (impegni) per il leoni (scambio) che si deve fare in cotesta di Argeri per li turchi che presi sono in Palermo perci come () che li trapanisi anno ottenuto la grazia di essere serviti di primo numero cos li () impigni lo stesso a noi vi prego mia amata sposa di fare lo stesso per via delli nostri Sig.ri Grandi della nostra cita (citt) di ottenere grazia in Palermo di essere servito in questo scambio perch ora si dimostra lamore della sposa verso lo sposo di tirarlo di questo (gran) vivo fuoco per li suoi () impigni e che gran pena saria (sarebbe) questa mia se multi (molti) della nostra nazione si portano in libbert precisamente delli nostri paesani e io restino (resto) in questo () fuoco sommerso in mezzo di tanti guai di stare soggetto di perdere l'anima e Iddio perci non mancate di fare li vostri indagini di mettere () impigni (impegno) quanto pi potete di liberare questanima di questo precipizio di inferno delli gran guai che soffrino li schiavi siciliani quelli che sono acconto del Bei che sono per il numero di cento e cinquanta guai () pi peggo (peggio) che si donano all'inferno dello (punto) acc (qui) capitato lettere delli mori che sono prigionieri in Palermo ma lettere malamente fatti in questo sentire gli eredi delli detti turchi sianno portato nel Bei con li propri lettere piangendo e spasimando il Bei si (....) contro li poveri schiavi siciliani e li o (ha) fatto mettere in carina (catene) in due ma catini che non si donano (usano) nelli nostri paesi con farci delli tanti disprezzi e bastonate con (gastimare) lo (sa) Iddio e Santi e sputari in facci per il pi del nostro sagro (sacro) e santo battesimo e il Bei disse se non capitano lettere del suo re che sa di buono alli mi massali (vassalli) io non vi libero di questo casino e se sono (ridotti) cos malamente vi far provare li pi acerbi guai che sono nell'universo mondo perci ci facete assentire al nostro Sig. Governo che ni disse conto alla Sua Maest che ci facissi dare conto a questi turchi di buono per dare un poco di leggirizza alli guai delli nostri poveri schiavi siciliani senza pi(punto) vi saluto caramente con stringervi al mio petto con dare la santa benedizione alla mia sfortunata figlia e mi resta addio e non fari il contrario di quello che io vi scrivio (scrivo) ancora con diligenza.

Il vostro sfortunato sposo

Che vi ama di cuore

Luigi Rossigliani.

 

Da questa lettera - Fig. 5, oltre le constatazioni sullo stato della schiavit, si hanno notizie interessanti.

 

La prima che il Bey di Algeri, venuto a conoscenza delle condizioni degli schiavi mori soggetti al remo in Palermo abbia, come suol dirsi, reso pane per focaccia, incatenando a due a due i suoi centocinquanta schiavi e acuendo i maltrattamenti di normale dotazione.

 

 

La seconda l'accenno agli schiavi "trapanisi" (trapanesi) che sarebbero stati messi in cima alla lista degli schiavi da riscattare.

 

Gi un'accusa di questo genere era stata fatta nel 1603, cio due secoli prima da un altro schiavo, tale Giovan Battista Ballatorc, il quale accusava gli intermediari della redenzione di traffici strani, cio di aver incassato dalla moglie parte del riscatto, senza poi aver provveduto alla sua libert. Accusava i negoziatori della redenzione di essere al soldo di potenti personaggi di Trapani privilegiando la liberazione degli schiavi trapanesi sugli altri.

 

Che la fortuna di molti armatori trapanesi era connessa alla guerra di corsa nota, cos come sono noti i rapporti che i trapanesi e i liparoti avevano con i loro "colleghi" della quarta sponda.

 

Tralasciamo per ora questa vicenda e vediamo cosa dice d'altro il nostro schiavo Luigi Rossigliani. Innanzi tutto di interessarsi che si dia da fare affinch si sappia che alla crudelt delle condizioni di vita degli schiavi mori in Palermo, corrisponde un analogo trattamento degli schiavi siciliani, almeno per quei centocinquanta posseduti dal Bey di Algeri, e che questo doveva essere portato a conoscenza del re affinch ne desse assicurazione al Bey.

 

Infine da rilevare che Luigi Rossigliani non accenna mai a possibilit di riscatto. Egli certamente sa delle condizioni economiche della famiglia e che questa via gli preclusa.

 

Non accenna neppure alla "limosina" della redenzione per la sua liberazione. Probabilmente egli sa quanto difficili siano le trattative per riscattare gli schiavi in Algeri e in altre localit del Nord Africa e neanche da questa via spera di ottenere la libert.

 

L'unico spiraglio, o speranza, che si possa fare uno scambio tra schiavi mori in Palermo e schiavi siciliani in Algeri. In questo caso potrebbe ricercarsi la soluzione; ma gli schiavi sono tanti e non facile trovare un ipotetico posto nella lista egemonizzata dai trapanisi". Quindi chiede alla moglie che chieda aiuto ai "Sig. Grandi della nostra citt" per l'inserimento.

 

Il costo per il riscatto di uno schiavo variava da 30 a 300 scudi d'oro (variava a seconda dell'et). Oltre a questi costi vi erano le regalie che andavano pagate al Bey, ai giannizzeri, alla Dogana, e a tanti altri personaggi che avevano una pur minima ingerenza nella trattativa.

 

Per questi motivi, ed altri ancora, le missioni di riscatto della Redenzione d Cattivi non sempre andavano a buon fine e successe anche che il capo dei negoziatori rest ostaggio, o schiavo, in Tunisi, perch debitore di somme e non fu rilasciato se non dopo l'arrivo della somma che i negoziatori tunisini, a torto o ragione, pretendevano.

 

La situazione era cos difficile e gli schiavi liberati cos pochi che era normale costume che i familiari piangessero come morti i loro congiunti catturati dai pirati barbareschi.

 

 

La deputazione della redenzione d cattivi

 

La Arciconfraternita della redenzione dei cattivati dai turchi nacque nel 1596 e reperiva i fondi per il riscatto degli schiavi siciliani con le elemosine, le donazioni, i lasciti. Le citt siciliane contribuivano con un donativo (Palermo donava 1200 onze); le altre secondo le proprie disponibilit.

 

Aveva una rete di raccolta molto ramificata e a tempi prefissati una delegazione si recava in Barberia per il riscatto portando quantit di monete d'oro per il riscatto e formaggi ed altri oggetti che dovevano servire a ingraziarsi i personaggi addetti alla trattativa.

 

Portava anche un elenco degli schiavi da riscattare. Le operazioni di riscatto mettevano a dura prova le capacit di negoziare al pi incallito levantino.

 

I tempi della trattativa, incluso il prezzo dello schiavo, alle volte si allungavano per fiaccare la resistenza dei negoziatori. Chi andava in Barberia voleva riportare con se il maggior numero di persone della lista e su questo i negoziatori facevano leva.

 

La missione del 1600 ha risvolti non previsti. Il capo missione, tale Ansalone, era stato costretto dal pasci di Tunisi e da altre autorit a riscattare schiavi non inclusi nell'elenco a prezzi elevati. Dovette ricorrere a prestiti e rimase a Tunisi carcerato d'ordine del pasci". L'anno 1602 la missione non riusc a far liberare l'Ansalone e nemmeno nell'anno 1603. Si ignora la data e se mai il povero negoziatore riacquist la libert.

 

In questa si pubblica un manifesto del 30.4.2026 in cui si da conto della liberazione di centotrenta persone. - fig. 6.

 

 

 

La posta degli schiavi

 

Sembrerebbe strano che vi fossero canali di comunicazione tra il Nord Africa e Costantinopoli, con la Sicilia di persone soggette alla schiavit.

 

Chi era nelle condizioni di poter scrivere, abitava in una citt e aveva possibilit di pagare, poteva tentare di scrivere a casa affidandosi alle barche di commercio che facevano spola tra la Sicilia e il Nord Africa. Non erano certamente tutti in queste condizioni, ma era possibile che uno schiavo possedesse del denaro.

 

Un canale "alternativo" c'era ed era connesso ai traffici dei corsari eoliani e trapanesi, ma anche di altre citt, nelle loro trasferte d'affari in Barberia.

 

Dice lo schiavo Giovanni Angiolo (da Algeri 10.9.2025): "sappiate che quando mi scrivete potete mandare la vostra lettera per via di Trapani o di altri luoghi, cio di Sicilia, che non manca mai passaggio....". E ancora Paolo Tartamella schiavo a Biserta il 26.7.1598: "ve mandao doe lettere da Tunisi e doe altre ve mandao da Bolcano (Vulcano) con certi liparoti essendo in corsa e li liparoti recatoni una nave che haveano pigliato... .

 

Altra conferma arriva da Vincenzo Mancuso, palermitano, che il 28 gennaio 1598 da Biserta, scrive alla sorella di aver ricevuto una sua lettera. (Giuseppe Bonomo, Schiavi siciliani e pirati barbareschi).

 

Ecco che saltan fuori ancora una volta i collegamenti con Trapani e Lipari sede di armamento dei corsari siciliani e centro di "affari" dell'onorato commercio delle prede siano esse d'uomini o d'altro.

 

E qu finisce la nostra storia su Luigi Rossigliani. Vorremmo tanto che la sua storia fosse a lieto fine. Lo scambio, il ritorno a casa, l'abbraccio della famiglia

 

Ma il lieto fine non era previsto nelle storie della Sicilia del XVII secolo. Degli oltre 16.000 schiavi in Nord Africa ben pochi videro la fine della schiavit, di l a pochi anni, e ancora pi pochi videro gli effetti di quell'accordo tra Stati. D'altra parte i film americani col sole al tramonto e la voce dell'eroina che dice "domani un'altro giorno" erano ancora da venire.

 

 

Giuseppe Marchese

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