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Non
che poi ci voleva molto per diventare schiavi e passare il resto
della vita in Nord Africa o a Costantinopoli a lavorare gratis, quando
andava bene, oppure a stare piegati su un remo a vogare con la coda
dell'occhio che guarda il negriero di turno che alla minima esitazione
della vogata, menava scudisciate da levare la pelle, proprio in senso
letterale.
Il modo pi "normale" per diventare schiavi
avveniva con l'assalto, o l'arrembaggio, di una nave. In questo caso
le prede erano trasbordate sulla nave corsara e avviata nei porti
della Barberia.
Non sempre chi era a bordo di una barca predata
riusciva a fuggire. Una testimonianza viene da una lettera di Sciacca
del 19.8.1798: Quest'oggi arrivato in questa P.ne (Padrone)
Giovanni De Malva della Pantellaria, il quale trovandosi vicino alla
torre di codesta colla sua feluga col carico di mobili, ed utensili di
casa, fu la notte scorsa delli 14 agosto ad ore cinque, dietro ora una
circa di fuoco, depredata da un legno barbaresco con aversi soltanto
salvato d padrone, e tre marinari, e due passeggeri, ed altri otto
marinari, ed un passeggiere restarono nella suddetta feluga
depredata." - Fig. 1.
Un'altra testimonianza, del modo di
operare dei corsari, ci perviene da una comunicazione del 24.1.2026 da
Sciacca: "Questa mattina all'ore undeci circa trovandosi
alcune barche perschereccie a pescare da parte di ponente furono
inseguite da una altra barca detta di ragno, dalla quale li nostri
marinari non aveano preso alcun sospetto, ma che si era effettivamente
distaccata da uno sciabecco turco, quale barca raggiunta una delle
nostre, la fece preda con n. 3 uomini in essa." - Fig. 2.
La
missiva viene inviata agli "Spettabili Giurati di Sicoliana"
con la raccomandazione di diffonderne la notizia a tutti i marinai e
di pagare la mercede al corriere (facendo soddisfare la Correria al
presente Pedone").
Un altro modo con cui si diventava preda,
avveniva a terra, magari coltivando la terra. Una improvvisa scorreria
a terra dei corsari e il gioco era fatto, come ci evidenziano le
lettere che i responsabili (Giurati) dei comuni rivieraschi mandavano
in giro per avvisare del pericolo.
E di seguito la descrizione di una
cattura a terra il 13 ottobre 1802 nel territorio di Scicli: La
notte de' 11 albascendo li 12 ottobre li barbari fecero disbarco nelle
terre di Forgione, e nell'altro di... territorio di Modica, predando
tredeci persone tutte villiche, lo partecipiamo alle VV. SS. per dar
li opportuni ripari nel di loro littorale.- Fig. 3.
Arrivati
a destino, dopo le necessarie formalit di acquisto da parte di un
padrone, o della acquisizione di un alto personaggio per diritto di
scorreria, iniziava la vita di schiavo.
E
con la vita la speranza del riscatto, del ritorno, della famiglia.
Lettere
spedite da schiavi dei barbareschi sono di difficile reperimento.
L'analfabetismo, la mancanza di collegamenti postali regolari e la
difficolt di inoltrare la posta. Inoltre difficolt intrinseche
alla loro condizione di schiavi, ne limitarono fortemente la
diffusione.
In generale queste lettere sono una invocazione di aiuto
per la liberazione dalla schiavit.
Danno dei consigli ai familiari
di rivolgersi alle "elemosine", a qualche persona che
commercia con la Barberia e, infine, di trovare qualche schiavo moro
in Sicilia da scambiare con lui.
Non era un'impresa facile trovare uno
schiavo turco da scambiare con il proprio familiare. Lo scambio doveva
avvenire alla pari e trovare "la merce" adatta allo scambio
pare fuor di logica. D'altra parte l'acquisto degli schiavi in Sicilia
era diretto alla propria elevazione sociale e non per lucro. Se a ci
si aggiunge che vi erano molte persone che speculavano su questo
traffico e rendevano altamente aleatorio lo scambio, si ha un'idea
delle difficolt dello scambio schiavo contro schiavo.
In questa
viene presentata una lettera scritta da uno schiavo in Algeri l'1
settembre 1808 e diretta a Siracusa. La lettera fu trasportata con
fortunosi mezzi da Algeri a Palermo.
Arrivata venne immessa in posta con l'annotazione sulla
soprascritta "lettera di un povero schiavo in Argeri sia data
p. carit". La carit richiesta era forse la richiesta di
inoltro a destino (da Algeri a Siracusa), ma a Palermo venne accolta
alla lettera, adattando al momento la normativa di mandare franche le
lettere dei mendicanti. Assimilando gli schiavi ai mendicanti, gli
onesti impiegati postali dopo aver depennato il segno di tassa di
5 grana, inoltrarono la lettera senza far pagare la tassa,
segnando graficamente la parola "Franca". - Fig. 4.
Data
l'importanza si trascrive il testo: Argeri 1 settembri 1808/Mia
amatissima sposa/replico di darvi notizia del mio misero stato che non
tralascio di descrivervi di continuo per la mia desiderata libert di
non abbandonare la vostra diligenza (maggiori) impigni (impegni) per
il leoni (scambio) che si deve fare in cotesta di Argeri per li turchi
che presi sono in Palermo perci come () che li trapanisi anno
ottenuto la grazia di essere serviti di primo numero cos
li () impigni lo stesso a noi vi prego mia amata sposa di fare
lo stesso per via delli nostri Sig.ri Grandi della nostra cita (citt)
di ottenere grazia in Palermo di essere servito in questo scambio
perch ora si dimostra lamore della sposa verso lo sposo di tirarlo
di questo (gran) vivo fuoco per li suoi () impigni e che gran
pena saria (sarebbe) questa mia se multi (molti) della nostra nazione
si portano in libbert precisamente delli nostri paesani e io restino
(resto) in questo () fuoco sommerso in mezzo di tanti guai di
stare soggetto di perdere l'anima e Iddio perci non mancate di fare
li vostri indagini di mettere () impigni (impegno) quanto pi
potete di liberare questanima di questo precipizio di inferno delli
gran guai che soffrino li schiavi siciliani quelli che sono acconto
del Bei che sono per il numero di cento e cinquanta guai () pi
peggo (peggio) che si donano all'inferno dello (punto) acc (qui)
capitato lettere delli mori che sono prigionieri in Palermo ma lettere
malamente fatti in questo sentire gli eredi delli detti turchi sianno
portato nel Bei con li propri lettere piangendo e spasimando il Bei si
(....) contro li poveri schiavi siciliani e li o (ha) fatto mettere in
carina (catene) in due ma catini che non si donano (usano) nelli
nostri paesi con farci delli tanti disprezzi e bastonate con (gastimare)
lo (sa) Iddio e Santi e sputari in facci per il pi del nostro sagro
(sacro) e santo battesimo e il Bei disse se non capitano lettere del
suo re che sa di buono alli mi massali (vassalli) io non vi libero di
questo casino e se sono (ridotti) cos malamente vi far
provare li pi acerbi guai che sono nell'universo mondo perci ci
facete assentire al nostro Sig. Governo che ni disse conto alla Sua
Maest che ci facissi dare conto a questi turchi di buono per dare un
poco di leggirizza alli guai delli nostri poveri schiavi siciliani
senza pi(punto) vi saluto caramente con stringervi al mio
petto con dare la santa benedizione alla mia sfortunata figlia e mi
resta addio e non fari il contrario di quello che io vi scrivio
(scrivo) ancora con diligenza.
Il
vostro sfortunato sposo
Che vi ama di cuore
Luigi Rossigliani.
Da
questa lettera - Fig. 5, oltre le constatazioni sullo stato della
schiavit, si hanno notizie interessanti.
La prima che il Bey di
Algeri, venuto a conoscenza delle condizioni degli schiavi mori
soggetti al remo in Palermo abbia, come suol dirsi, reso pane per
focaccia, incatenando a due a due i suoi centocinquanta schiavi e
acuendo i maltrattamenti di normale dotazione.
La seconda l'accenno
agli schiavi "trapanisi" (trapanesi) che sarebbero stati
messi in cima alla lista degli schiavi da riscattare.
Gi un'accusa
di questo genere era stata fatta nel 1603, cio due secoli prima da
un altro schiavo, tale Giovan Battista Ballatorc, il quale accusava
gli intermediari della redenzione di traffici strani, cio di aver
incassato dalla moglie parte del riscatto, senza poi aver provveduto
alla sua libert. Accusava i negoziatori della redenzione di essere
al soldo di potenti personaggi di Trapani privilegiando la liberazione
degli schiavi trapanesi sugli altri.
Che la fortuna di molti armatori
trapanesi era connessa alla guerra di corsa nota, cos come sono
noti i rapporti che i trapanesi e i liparoti avevano con i loro
"colleghi" della quarta sponda.
Tralasciamo per ora questa
vicenda e vediamo cosa dice d'altro il nostro schiavo Luigi
Rossigliani. Innanzi tutto di interessarsi che si dia da fare affinch
si sappia che alla crudelt delle condizioni di vita degli schiavi
mori in Palermo, corrisponde un analogo trattamento degli schiavi
siciliani, almeno per quei centocinquanta posseduti dal Bey di Algeri,
e che questo doveva essere portato a conoscenza del re affinch ne
desse assicurazione al Bey.
Infine da rilevare che Luigi
Rossigliani non accenna mai a possibilit di riscatto. Egli
certamente sa delle condizioni economiche della famiglia e che questa
via gli preclusa.
Non accenna neppure alla "limosina"
della redenzione per la sua liberazione. Probabilmente egli sa quanto
difficili siano le trattative per riscattare gli schiavi in Algeri e
in altre localit del Nord Africa e neanche da questa via spera di
ottenere la libert.
L'unico spiraglio, o speranza, che si possa
fare uno scambio tra schiavi mori in Palermo e schiavi siciliani in
Algeri. In questo caso potrebbe ricercarsi la soluzione; ma gli
schiavi sono tanti e non facile trovare un ipotetico posto nella
lista egemonizzata dai trapanisi". Quindi chiede alla moglie
che chieda aiuto ai "Sig. Grandi della nostra citt" per
l'inserimento.
Il costo per il riscatto di uno schiavo variava da 30 a
300 scudi d'oro (variava a seconda dell'et). Oltre a questi costi vi
erano le regalie che andavano pagate al Bey, ai giannizzeri, alla
Dogana, e a tanti altri personaggi che avevano una pur minima
ingerenza nella trattativa.
Per questi motivi, ed altri ancora, le
missioni di riscatto della Redenzione d Cattivi non sempre andavano
a buon fine e successe anche che il capo dei negoziatori rest
ostaggio, o schiavo, in Tunisi, perch debitore di somme e non fu
rilasciato se non dopo l'arrivo della somma che i negoziatori
tunisini, a torto o ragione, pretendevano.
La situazione era cos
difficile e gli schiavi liberati cos pochi che era normale costume
che i familiari piangessero come morti i loro congiunti catturati dai
pirati barbareschi.
La deputazione della redenzione d cattivi
La Arciconfraternita
della redenzione dei cattivati dai turchi nacque nel 1596 e
reperiva i fondi per il riscatto degli schiavi siciliani con le
elemosine, le donazioni, i lasciti. Le citt siciliane contribuivano
con un donativo (Palermo donava 1200 onze); le altre secondo le
proprie disponibilit.
Aveva una rete di raccolta molto ramificata e
a tempi prefissati una delegazione si recava in Barberia per il
riscatto portando quantit di monete d'oro per il riscatto e formaggi
ed altri oggetti che dovevano servire a ingraziarsi i personaggi
addetti alla trattativa.
Portava anche un elenco degli schiavi da
riscattare. Le operazioni di riscatto mettevano a dura prova le capacit
di negoziare al pi incallito levantino.
I tempi della trattativa,
incluso il prezzo dello schiavo, alle volte si allungavano per
fiaccare la resistenza dei negoziatori. Chi andava in Barberia voleva
riportare con se il maggior numero di persone della lista e su questo
i negoziatori facevano leva.
La missione del 1600 ha risvolti non
previsti. Il capo missione, tale Ansalone, era stato costretto dal
pasci di Tunisi e da altre autorit a riscattare schiavi non
inclusi nell'elenco a prezzi elevati. Dovette ricorrere a prestiti e
rimase a Tunisi carcerato d'ordine del pasci". L'anno 1602
la missione non riusc a far liberare l'Ansalone e nemmeno nell'anno
1603. Si ignora la data e se mai il povero negoziatore riacquist la
libert.
In questa si pubblica un manifesto del 30.4.2026 in cui si
da conto della liberazione di centotrenta persone. - fig. 6.
La posta
degli schiavi
Sembrerebbe strano che vi fossero canali di
comunicazione tra il Nord Africa e Costantinopoli, con la Sicilia di
persone soggette alla schiavit.
Chi era nelle condizioni di poter
scrivere, abitava in una citt e aveva possibilit di pagare, poteva
tentare di scrivere a casa affidandosi alle barche di commercio che
facevano spola tra la Sicilia e il Nord Africa. Non erano certamente
tutti in queste condizioni, ma era possibile che uno schiavo
possedesse del denaro.
Un canale "alternativo" c'era ed era
connesso ai traffici dei corsari eoliani e trapanesi, ma anche di
altre citt, nelle loro trasferte d'affari in Barberia.
Dice lo
schiavo Giovanni Angiolo (da Algeri 10.9.2025): "sappiate che
quando mi scrivete potete mandare la vostra lettera per via di Trapani
o di altri luoghi, cio di Sicilia, che non manca mai
passaggio....". E ancora Paolo Tartamella schiavo a Biserta il
26.7.1598: "ve mandao doe lettere da Tunisi e doe altre ve mandao
da Bolcano (Vulcano) con certi liparoti essendo in corsa e li liparoti
recatoni una nave che haveano pigliato... .
Altra conferma arriva da
Vincenzo Mancuso, palermitano, che il 28 gennaio 1598 da Biserta,
scrive alla sorella di aver ricevuto una sua lettera. (Giuseppe
Bonomo, Schiavi siciliani e pirati barbareschi).
Ecco che saltan fuori
ancora una volta i collegamenti con Trapani e Lipari sede di armamento
dei corsari siciliani e centro di "affari" dell'onorato
commercio delle prede siano esse d'uomini o d'altro.
E qu finisce la
nostra storia su Luigi Rossigliani. Vorremmo tanto che la sua storia
fosse a lieto fine. Lo scambio, il ritorno a casa, l'abbraccio della
famiglia
Ma il lieto fine non era previsto nelle storie della
Sicilia del XVII secolo. Degli oltre 16.000 schiavi in Nord Africa ben
pochi videro la fine della schiavit, di l a pochi anni, e ancora
pi pochi videro gli effetti di quell'accordo tra Stati. D'altra
parte i film americani col sole al tramonto e la voce dell'eroina che
dice "domani un'altro giorno" erano ancora da venire.
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